VINELAND di Thomas Pynchon

Vineland è uno dei libri più belli che io abbia mai letto. Ed è uno dei pochissimi che ho riletto (altre due volte).

Perché dentro Vineland c’è l’universo, c’è tutto: gli anni Sessanta e Settanta, il mondo d’oggi, il consumismo, la teledipendenza, il maschilismo, la rivoluzione, la repressione, l’amore e il tradimento, le droghe, l’adolescenza, gli italoamericani, Los Angeles e i più sperduti villaggi d’America tra boschi e burroni, fenomeni inspiegabili e passioni molto terrene, coerenza e pugnalate alle spalle, spie, persone vive, condannate a morte, morte e semimorte… a me bastava la metà della metà di questo per essere assorbito da un romanzo, ma Pynchon è esplosivo, è incredibile.

Le opere di questo autore postmoderno statunitense nella mia testa appartengono allo stesso universo di quelle di DeLillo, di Dick (nonostante i generi siano diversi), e, in qualche misura, di Eco, anche se il contesto italiano è ovviamente differente.

Quello che sempre mi colpisce negli autori che ho citato, in particolare negli americani, è che non tutto ciò che avviene nella finzione narrativa è comprensibile. Siamo abituati a opere narrative in cui la storia è perfettamente incastonata e, pur sviluppandosi in tanti modi da un autore all’altro, essa procede comunque in maniera logica verso un finale. Invece le opere di Pynchon non sempre vogliono andare da qualche parte, a volte si dilungano, si dilatano, si perdono, si attorcigliano e risucchiano il lettore in eventi assurdi e incomprensibili, che restano inspiegati. Anni fa, quando ho letto per la prima volta Vineland, mi sono chiesto il perché di questo. A distanza di anni mi sembra di aver colto almeno una possibile spiegazione: le opere di Pynchon sono in un certo senso iper-realistiche, perché nella realtà non tutto quello che accade ha una coerenza, una direzione, un obiettivo. Anzi forse quasi mai. E i romanzi postmoderni hanno questo tipo di logica, che può risultare a tratti confusa, assurda, eccessiva, ma, a ben vedere, è reale.

Vineland è – riassumo in maniera molto grossolana – l’epopea di alcune persone che hanno attraversato gli anni della contestazione negli Stati Uniti e ne sono stati segnati: c’è chi ha perduto gli affetti, chi la lucidità a causa del mai interrotto uso di droghe, chi ha venduto la dignità e ha tradito tutti, chi invece ha continuato a credere sempre nelle stesse idee, da una parte e dall’altra della barricata. Ma questa è una panoramica davvero indegna di un’opera immensa di un autore che dovrebbe, secondo me, essere studiato a scuola e all’università.

 

Il mio voto ignorante è 10/10.

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